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Il restauro dell'Organo Traeri

Il restauro dell'Organo Traeri

 

A cura di Romano Vettori

Una storia di oltre tre secoli
Nel 1673, a sette anni dalla fondazione, il creatore dell’Accademia conte Vincenzo Maria Carrati dotò l’istituzione di «un organo di piedi sette musicali con 8 Registri», affidandone la costruzione a Carlo Traeri, apprezzato organaro di origine bresciana ma attivo a Bologna. Lo strumento serviva, assieme a vari altri pregiati strumenti – tuttora conservati in Accademia – per gli «esercizi musicali» settimanali nell’attuale Sala Mozart, durante i quali gli accademici si riunivano in sodalizio affinché questo «havesse filo et unione da non distruirsi»; per stemma avevano scelto proprio “un organo, con sopra un mo[t]to qual dice Unitate Melos” – lo stesso che accanto a quello dei Carrati campeggia sulla cimasa dell’organo Traeri. Lo strumento è sempre stato conservato nella «residenza» in quella sala ove lo stesso W. A. Mozart, acclamato accademico nel 1770, poté sicuramente ammirarlo se non forse suonarlo. Durante la seconda guerra mondiale per sicurezza venne trasferito temporaneamente presso il Convento dell’Osservanza; in anni recenti (1984) per meglio garantirne la conservazione, dalla Sala Mozart è stato trasferito al secondo piano, fra le collezioni musicali. Esso ha subito pochi ma significativi adattamenti in epoche successive: nel 1721 il figlio del Traeri, Francesco, ne abbassò il corista di circa mezzo tono, nel 1741 il nipote Giuseppe ne curò l’estrazione dalla nicchia murale in cui era parzialmente incassato, dotandolo di basamento affinché potesse essere collocato isolato nella sala della residenza. Il più recente degli interventi, nel 1984, si deve alla generosità degli Accademici Arrigo Luca conte di Windegg e Pietro Luca, in memoria della madre.

Ragioni e modi di un restauro”scientifico” ed artistico
Il pregio dell’organo Traeri dell’Accademia Filarmonica risiede dunque nello strumento in sé, ma anche nella sua intima connessione con le attività più rappresentative dell’istituzione, ed inoltre nel fatto che le sue caratteristiche sono rimaste sostanzialmente immutate nel corso dei secoli. Tali circostanze ne fanno un unicum a livello internazionale, e hanno suggerito la necessità di un suo restauro integrale e di un suo pieno recupero alla vita musicale, oltreché di un accurato studio del suo contesto storico.
Questa istanza è stata pienamente accolta dalla Fondazione del Monte di Bologna e Ravenna, che ha deciso di finanziare interamente il progetto, in tutte le sue fasi.
L’intero progetto ha rappresentato una rara occasione di lavoro in équipe per un rigoroso studio interdisciplinare, grazie alle competenze specifiche dell’organaro Marco Fratti di Campogalliano (Mo), della dott.ssa Carla Martini, del Dipartimento SMETEC dell’Università degli Studi di Bologna, nel campo dei metalli negli organi e di Licia Tasini (Laboratorio di “Restauro e Conservazione Opere d’Arte” di Pieve di Cento), per la gli aspetti decorativi della cassa lignea di contenimento.
Presentato inizialmente nel corso di una Giornata di studi sul patrimonio delle Accademia musicali storiche italiane organizzato dall’Accademia Filarmonica (2005), e successivamente approfondito nell’ambito di una ricerca ad ampio raggio coinvolgente anche gli altri organi Traeri, il progetto è stato formalizzato definitivamente nel 2006. Nel biennio successivo è stata condotto uno studio preliminare, con un’ ulteriore ricerca documentaria sulle vicende dello strumento in Accademia e sulla tradizione organaria emiliana del ‘600 e del primo ‘700. Si sono potute così confermare ed approfondire notizie già note ed ipotesi avanzate in passato.
Il restauro vero e proprio, sotto la direzione del maestro Luigi Ferdinando Tagliavini, accademico filarmonico ed Ispettore Onorario per gli Organi Antichi presso la Soprintendenza ai Beni Artistici e Demoantropologici, si è svolto in varie fasi. Dapprima è avvenuto lo smontaggio e il trasferimento dello strumento presso il laboratorio di Marco Fratti, onde consentirne la documentazione tecnica, con i rilievi fotografici, il riordino e la catalogazione della situazione de facto delle parti foniche.
Contemporaneamente sono state condotte le analisi metallurgiche, che hanno permesso di acquisire importanti informazioni circa la composizione delle leghe utilizzate dal costruttore ed individuare con sicurezza le poche sostituzioni effettuate all’inizio del sec. XX dall’organaro Adriano Verati.
Anche il restauro della cassa lignea e delle sue decorazioni pittoriche confermava come lo strumento fosse stato sommariamente ridipinto nel corso del sec. XIX, e rimetteva in luce l’originaria suggestiva colorazione e le dorature.
Tutto il lavoro sulla parte fonica è stato condotto facendo uso di tecniche e materiali che consentono la massima reversibilità e leggibilità degli interventi, al fine di restituire l'opera nelle migliori condizioni di efficienza ed integrità possibili. Applicando i risultati della ricerche, con simulazioni computerizzate e la ricostruzione della disposizione del somiere, è stato possibile rideterminare l’originaria lunghezza delle canne e la loro disposizione, nonché il temperamento originale “mesotonico”.
L’accordatura finale è stata effettuata “in tondo” nella migliore delle antiche tradizioni. Il restauro ha conservato le più importanti stratificazioni storiche ma anche l’originaria pressione dell’aria ricavabile dai pesi dei mantici (marcati con l’anno 1673 dallo stesso Carlo Traeri), e quindi l’autentica “pronuncia” espressiva dello strumento.
L’organo rappresenta ora una preziosa testimonianza di tecnologia e sonorità inedite, tali da amplificarne ulteriormente il valore storico ed artistico per l’Accademia e per l’intera comunità internazionale.

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